Leonardo Fioravanti

Ho atteso alcuni giorni, prima di scrivere qualcosa riguardo alla leggendaria impresa di Leonardo a Pipeline. Come diceva un mio caro maestro, una lettera o un articolo si scrive, si va a letto e si rilegge la mattina dopo, prima di inviarlo o di pubblicarlo. Quando sei preso da emozioni forti, rischi di scrivere qualcosa di sbilanciato e di cadere nel retorico, nello scontato, o semplicemente mischiare troppe cose. Non penso che chi mi legge capisca l’intensità della mia emozione nel vedere un italiano su quel podio. Era il 1984 quando assistetti alla prima gara ASP a Newquay (Fistral Beach, Cornovaglia), i campioni del tempo erano nomi come Shaun Tomson, Wayne Bartholomew “Rabbit”, Cheyne Horan e gli emergenti Martin Potter e Tom Carroll. Da quel momento in poi, a ogni gara ASP a cui ho assistito, mi sono sempre chiesto se avrei mai visto un italiano sul podio e la mia amara risposta era sempre la stessa: “Alessandro, il maiale sogna le ghiande, te sogni l’impossibile”. Pessimista? No, sono sempre stato un inguaribile ottimista, anzi, fatemelo dire: sono stato alquanto tosto. Ignorare la derisione e i commenti ironici di tutte quelle persone straniere che incontravo nelle mie trasferte, i loro sorrisetti quando gli parlavo delle nostre onde, non è stato facile, soprattutto come capitava allora, quando eri l’unico italiano presente e non c’era nessuno a darti manforte.

Da quando conobbi Leo la prima volta a Viareggio nel “lontano” 2004 in occasione di unKing Of The Gromsal B2K, non ho mai scritto molto su di lui, non per mancanza di affetto o di stima, ma solo perché ho imparato che il nostro è un ambiente dove è facile essere frainteso o attaccato per ogni virgola messa male. Ma dopo la sua performance sulle onde hawaiiane ho deciso di prendere la penna e scrivere quella che è stata la mia breve ma intensa esperienza a contatto con il più grande surfista che il surf italiano abbia espresso. Quando Leo partecipò alKing Of The Gromsdel 2004 aveva circa sei anni e mezzo e gareggiò insieme a mio figli Jacopo, essendo entrambi nati del dicembre del 1997.

Allora ero di team manager e direttore marketing diQuiksilvere, in tutta onestà, non notai allora un particolare talento in quel piccolo, biondo ragazzino. Ma una cosa mi colpì. Quel giorno c’era un bel mare mosso e avevo dato indicazione ai genitori dei super grommets di entrare in acqua e assistere i loro figli, facendogli prendere le schiume senza farli uscire fuori sul picco, troppo impegnativo per quegli “scriccioli”. Non era prevista una categoria o una classifica per questa fascia d’età, ma su mia insistenza convinsi laQuika fare un’eccezione, quindi volevo essere sicuro che non sarebbe accaduto niente ai “bimbi”. A fine heat Leo, per mezzo del suo accompagnatore, protestò perché lui avrebbe voluto superare le onde e andare sul picco. Ciò mi fece pensare che quel ragazzino aveva una grinta particolare e decisi di tenerlo d’occhio. In fondo lo scopo delKOTGè sempre stato quello di scovare i talenti nei vari paesi. Dopo quella gara, per un anno non vidi più Leo, ma alcuni amici della costa laziale mi aggiornavano sui suoi miglioramenti, fino a quando notai su una rivista italiana, alcune sue foto alle Maldive, immortalato in alcuni tubi per niente banali per un ragazzino della sua età. Lo segnalai a quello che allora era il Team manager Europe,Stephen Bell(più noto comeBelly), che decise di continuare ad osservarlo. Poi, una mattina mi squilla il cellulare. Era Belly. “Indovina chi ho appena preso nel team?” Non ne avevo idea. “Lio”. Chi?! “Lio, quel ragazzino di Roma che avevi segnalato tempo fa”. Ah, Leonardo, rispondo eccitato. “Sì, ha appena vinto una gara (credo si chiamasse Mosquito contest, organizzato dallaVolcom, a Hossegor) che si è svolta davanti casa mia a Les Bourdaines”.

Leonardo entrò così nel team italiano, insieme aRoberto D’amico,Simone Simi,Filippo Orso,Alessandro Clinco,Gianmarco Pollacchie altri. Partecipò ad alcuni photo shooting che organizzai a Levanto e in Toscana. Ricordo che la prima volta a Levanto ero preoccupato (nuovamente!) per le grandi onde di quel giorno e chiesi al mio amicoPatrizio Jacobaccidi stargli vicino in acqua, mentre io scattavo le foto da terra. Inutile! Appena raggiunta la line-up, al primo set, Leo rema e prende la prima onda surfandola senza il minimo indugio o timore. Poi, dopo aver vinto altre gare in Europa tra cui il King Of the Groms in Francia,Bellylo inserisce nel team Europe eLeoesce dal mio radar. Tutto il team Quiksilver Italia continua a seguire e sostenereLeonella sua crescita professionale, motivando ed inspirando tutti a dare il massimo. Agli inizi del 2009, dopo dieci anni, all’inizio di una crisi che investe tutta la surf-industry, lascioQuiksilvere accetto il ruolo di brand manager perGotcha. Gotcha è stata acquistata da un mio caro amico israeliano,Simon Doyev, che messo su un bel piano per il rilancio del brand più innovativo che io ricorda. Il team managerGotchaEuropa èDog Richard Marsch.

Simon, il boss, mi chiede di organizzare subito degli eventi e io propongo unGotcha Tourin Italia che toccherà Sardegna, Toscana e Liguria. Approvato. A metà ottobre (2009,Leoha quasi 12 anni), il meteo promette condizioni epiche in Sardegna.Dogparte dalla Francia insieme a Glen “micro” Hall, con una moto d’acqua trainata da un fuoristrada. Dalla California parte il longboard Christian Wach. Dall’Inghilterra partono il surferIan Ashe due fotografi. La costa ovest sarda è on fire! Nel team c’è anche un giovanissimoGiovanni Evangelisti. Becchiamo una Sa Mesa Longa e una Tonnara epiche.Marco Testarellaci fa da cicerone. Mentre siamo a surfare al Mini Capo, vediamoLeonardo. E’ lì per un photo-shooting conRedBull, ma esprime subito il desiderio di “join us”. Parla con RedBull, con la mammaSerena, che acconsentono. Il giorno seguente la swell cala, ma siamo in tempo a prendere una scaduta a Piscinas. E’ un piacere immenso vederlo ridere e scherzare con noi, ma soprattutto vederlo surfare a quel livello.Dog, ex ASP rider (finalista aPipeline…), mi dice che quel ragazzino farà molta, molta strada. Allora, nessuno di noi sospettava ancora cheDogsarebbe diventato il suo coach. Passano otto mesi, siamo nel giugno del 2010.Arthur Rashkovan, Gotcha marketing manager mi informa che saremo sponsor delGotcha Tag Teama Biarritz e mi chiede di formare la squadra italianaGotcha. La formazione da me decisa è la seguente:Filippo Orso,Alessio Poli,Alessandro ZeppieGiovanni Evangelisti. Ovviamente,Dogè il nostro team manager. La gara è divertente e spettacolare e vi partecipano nomi illustri del surf europeo.Leonardoquesta volta è nostro avversario, fa parte ovviamente parte del team francese. E’ qui che capisco che traLeoeDogc’è un feeling particolare: nonostante fosse il nostro team manager, lo vedo più volte andare a dare consigli aLeo. Purtroppo, agli inizi del 2011, il boss di Tel Aviv decide di vendereGotchaai cinesi, ed è la fine di un sogno. Saprò poco dopo cheRichard Dog Marschè il nuovo coach diLeo, e ne sono davvero felice per entrambi. Ma poi, nel marzo del 2015, rimaniamo tutti gelati da quel brutto infortunio a Pipeline: due vertebre rotte,Leorischia la sedia a rotelle e si teme la fine della sua carriera. Manco per ‘u cazzo! Nell’ottobre del 2015, arriva quel titolo mondiale junior che stupisce il mondo intero, quel mondialeISAche lo proietterà ancora più in alto, verso il professionismo. Il resto è inutile che lo racconti, è cronaca attuale. E’ tanto tempo che non sento o vedo Leo, ma ogni volta che lo seguo nelle dirette delWSLnon riesco a non andare indietro nei ricordi, quando spesso ero l’unico italiano sui campi gara ASP, ora in Francia, ora alle Hawaii. Quando mi sentivo in imbarazzo con il mio piccolo 200 mm, tra i fotografi professionisti dotati di obiettivi professionali 600mm e oltre, oppure quando mostravo la nostra rivistaSurf Magazinee vedevo facce stupite seguite dalla solita domanda: ”Do you really have surf in Italy!?” L’altra sera, vedere salire su quel podio un ragazzo italiano, su quel podio dove ho visto salire gente comeTom Carroll,Derek Ho,Kelly Slater, mi ha ripagato di tanti momenti agrodolci che potevano creare in me un complesso di inferiorità rispetto a chi aveva una lunga tradizione surfistica e onde pazzesche. Invece no, non è successo. Nessun complesso d’inferiorità. Oggi, grazie a ragazzi comeLeonardo,Francisco,Niccolò,Alessandro, e molti altri possiamo tutti affermare con orgoglio e fierezza di essere un surfista italiano senza ricevere indietro risatine e sguardi ironici. Yes. Italian surfer… and proud of it!

